Tra cibo e sostenibilità intercorre un forte legame.
Chi mi conosce sa che, come biologa, amo la vita in tutte le sue forme e tutto ciò che a essa si collega.
Non per essere la Greta Thunberg italiana, ma nel mio piccolo cerco di impattare il meno possibile sul pianeta.
Per fare questo, ovviamente, non basta semplicemente recarsi a piedi a lavoro (cosa che in realtà faccio da sempre) o fare la raccolta differenziata dei rifiuti (che ahimè molti ancora ignorano).
È necessario che l’importanza del vivere sostenibile inizi ad essere parte integrante del nostro modo di pensare.
Non potrei preoccuparmi realmente del riscaldamento globale solamente ascoltando le notizie che passano in tv o alla radio, o seguendo il “tizio blogger” che per moda decide di acquistare tutti i prodotti zero waste.
È arrivato il momento di agire in prima persona: abbiamo un unico pianeta su cui vivere e il tempo che avevamo a disposizione per frenare l’impatto dell’uomo sulla terra ormai è giunto al termine.
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Cibo e sostenibilità: Perché ne parlo con così tanto trasporto
Semplicemente perché non sopporto l’indifferenza che regna sovrana. Cosa c’entra la sostenibilità con la mia professione? Eccome se c’entra!
Intanto invito tutti voi che avete letto il trafiletto fin qui a riflettere sulle vostre abitudini.
Intendo TUTTE le vostre abitudini. Un esempio? Butto i rifiuti per strada? E i mozziconi di sigarette? Chiudo il rubinetto mentre mi lavo i denti oppure la doccia non può essere chiamata tale se non scorre l’acqua per mezz’ora di fila? Pretendo il sacchetto ogni volta che faccio la spesa o ne porto uno da casa?
Sono affetta da shopping compulsivo o acquisto solo quello che mi serve? Leggo le etichette o compro plastica pura da attaccare alla mia pelle?
Mi piace moltissimo fare lo scrub con le odiose microplastiche oppure mi adopero in ricette homemade per la pulizia del viso?
Questi sono solo alcuni spunti di riflessione che riguardano le abitudini più semplici della nostra quotidianità, ma ora passiamo a vedere cosa unisce la nutrizione con la sostenibilità
Innanzitutto, c’è da sapere che mangiare prodotti di stagione piuttosto che la zucchina a gennaio o il finocchio a giugno, ha un diverso impatto sul nostro pianeta.
Come è possibile riscontrare da una pubblicazione su isprambiente.gov “A livello mondiale l’agricoltura è una delle principali fonti di emissioni di gas a effetto serra, tra cui anidride carbonica (CO2 ), metano (CH4 ) e protossido di azoto (N2 O) e contribuisce in modo rilevante a determinare i cambiamenti climatici in atto. […]
Oggi l’agricoltura viene considerata, soprattutto quando assume forme di intensificazione e specializzazione, una delle principali responsabili dell’inquinamento delle acque, dell’erosione, dell’inquinamento e dell’acidificazione dei suoli, dell’aumento dell’effetto serra, della perdita di habitat e di diversità biologica, della semplificazione del paesaggio e di scarsa qualità della vita degli animali allevati”.
Di conseguenza ciò che scegliamo di acquistare è molto influente. Io consiglio sempre di assecondare la stagionalità dei prodotti e di non ricercare ortaggi o frutti che non sono di stagione, sia per le qualità organolettiche del prodotto stesso, sia per l’impiego di fitofarmaci, sia per le diverse tecniche colturali che vanno ad impattare notevolmente sulle emissioni di CO2.
Per rendere meglio l’idea vi porto il paragone con altri settori produttivi. A livello globale il settore agricolo consuma il 70% dell’acqua dolce e produce il 24% dei gas a effetto serra, mentre il settore industriale si ferma al 21% e quello dei trasporti al 14% (IPCC, 2014).
Pensate ancora che il cibo non abbia a che fare con il riscaldamento globale???
E gli allevamenti?
La carne rimane l’alimento che ha in assoluto il maggior impatto ambientale.
La sua impronta ecologica è di circa 3 ettari pro capite, con un’emissione di 39,00 kg di Co2 per ogni chilo di carne prodotta.
Per fare un paragone semplificativo, la stessa quantità di lenticchie produce meno di 800 grammi di Co2. Limitando (o eliminando) il consumo di carne dalla nostra dieta potremo limitare la produzione di gas serra del 40%, aiutando concretamente il nostro pianeta e abbassare la nostra impronta ambientale.
La diversa distribuzione delle risorse inoltre porta la popolazione umana a vivere un paradosso: secondo uno studio portato avanti dalla Barilla Center for Food and Nutrition “le società più ricche non hanno mai avuto tanto cibo a disposizione come oggi e forse non stupisce se oramai, nel mondo, il numero di persone che si ammala e muore per gli eccessi di cibo è maggiore di quello che soffre la fame e patisce gli stenti. Infatti, sono circa 821 milioni le persone che nel mondo soffrono ancora la fame o di malnutrizione, mentre sono più di due miliardi quelle obese e in sovrappeso”.
A questo paradosso se ne aggiunge un altro: una grande percentuale del cibo prodotto non viene necessariamente utilizzata per sfamare le persone. Più del 40%, infatti, viene prodotto per produrre biocarburanti e nutrire il bestiame.
Quanto cibo sprechiamo?
Infine l’ultimo paradosso: lo spreco di cibo; tonnellate e tonnellate di cibo vengo sprecate ogni anno, perse durante la filiera produttiva oppure cestinata come rifiuto direttamente dalle nostre tavole. Si tratta di una cifra importante che, ipoteticamente, sarebbe sufficiente a sfamare, per quattro volte, quegli 821 milioni di persone che oggi non riescono ancora a nutrirsi adeguatamente.
Inoltre ogni anno l’umanità esaurisce le risorse che la terra è in grado di generare annualmente.
Per sensibilizzare le coscienze dei cittadini è nato l’Earth Overshoot Day (letteralmente «il giorno in cui la Terra oltrepassa il limite»), una campagna internazionale, ideata dalla New Economics Foundation, che sottolinea il passaggio annuale dal consumo sostenibile al consumo a spese del pianeta. . Questo significa che, con il tempo, consumiamo più risorse naturali (per esempio, per quanto riguarda l’alimentazione, consumiamo più acqua, più terreno per coltivare, peschiamo di più e disponiamo di meno combustibili fossili), rilasciamo nell’ambiente più rifiuti e incrementiamo la concentrazione di gas ad effetto serra nell’atmosfera.
Si genera quindi un debito che l’umanità contrae con l’ambiente, utilizzando risorse che non verranno più rigenerate.
A questi concetti si aggiunge quello degli imballaggi di cibo: molto spesso acquistiamo senza pensarci troppo cibo imballato nella plastica: dall’insalata iceberg alla bottiglia di latte, dalla confezione sottovuoto di affettato alla vaschetta di polistirolo del pollo.
Questi saranno poi rifiuti che non potranno essere riciclati oppure che lo potranno essere solo in parte. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, cerco di evitare tutto ciò che è confezionato. Preferisco acquistare frutta e verdura direttamente dal contadino, porto una sportina da casa per trasportare il pesce che compro dal pescivendolo, i legumi li acquisto sfusi portando sacchetti di carta da casa e così via.
Come possiamo quindi ridurre la nostra impronta alimentare?
- Ridurre lo spreco alimentare
- Consumare le calorie medie raccomandate
- Rispettare la biodiversità e gli ecosistemi
- Acquistare prodotti a Km0
- Scegliere prodotti biologici
- Prediligere carni e derivati animali provenienti da allevamenti all’aperto, al pascolo e non intensivi
- Ridurre l’acquisto di prodotti industriali e confezionati
- Cercare negozi che vendono prodotti sfusi
- Evitare gli imballaggi in plastica
Ognuno di noi può contribuire ad un miglioramento delle condizioni ambientali. Basta solo volerlo. E come dice un proverbio “ a goccia a goccia si fa il mare”. Io voglio essere una goccia. E voi?
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